Proviamo quindi a non farci prendere dallo sconforto, sforzo di volontà attorno al quale, tutto sommato, è nata questa newsletter. E mettiamoci a leggere Il capitale nell’Antropocene di Saitō Kōhei, tradotto da non molto in Italia per Einaudi Stile Libero Extra, uscito cinque anni fa, sotto COVID, in Giappone.
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Una giannetta
Nel testo viene citato più volte il motto di Max Weber su quanto durerà il capitalismo: “fino a quando l’ultima tonnellata di ferro non si sarà fusa con l’ultima tonnellata di carbone”.
Sia i doomer che i minimizzatori della rivoluzione AI mancano il bersaglio, perché non stiamo parlando di fantascienza ma di un’innovazione tecnologica con applicazioni industriali che lascia intatte e anzi amplifica le logiche di fondo del capitalismo. ChatGPT non è un proto-Terminator, ChatGPT è una giannetta, la macchina filatrice automatica inventata da James Hargreavers a fine Settecento grazie alla quale un singolo operaio faceva il lavoro di otto e che ha dato il via alla rivoluzione industriale. Allora perché la sua comparsa evoca “il rischio dell’estinzione del suo creatore”? Ma perché per estinguerci non serve Terminator! Basta e avanza la giannetta: come disse lord Bentinck, governatore generale dell’India britannica nel 1834-35, citato da Marx nel Capitale, a proposito dell’effetto che ebbero le macchine sull’industria indiana del cotone: “le ossa dei tessitori di cotone imbiancano le pianure indiane”.
03 Il Salice Sturm Und Drum
listening to:
intervista a WuMing 1 (2010)
E’ dunque possibile un’integrazione, più che un conflitto, tra vecchio e nuovo, lentezza e velocità, ordine e disordine? In molti settori – dalla musica all’informazione alla cultura in senso lato – si tende a vedere in modo quasi apocalittico la diffusione impetuosa delle tecnologie e gli effetti che essa sta generando. Voi la guardate con maggiore positività? O trovate forse la positività proprio nel conflitto?
La seconda che hai detto. La rete è un luogo di conflitto e nel conflitto non si può non stare. Vent’anni fa si facevano discorsi deliranti, sulla rete come luogo della libertà e dell’utopia, su Internet come tecnologia liberante. Si faceva un abuso di aggettivi come “orizzontale”, “rizomatico”, “paritario”, “a-gerarchico”. Si era arrivati a descrivere la tecnologia come una forza autonoma. Il fatto è che in rete eravamo pochissimi. C’erano gli smanettoni e i “poeti”, i cyberpunk e i primi attivisti, alcuni professori e qualche artista maudit. Oggi in rete ci sono tutti, o quasi. Solo Facebook in Italia quanti iscritti ha? Undici milioni? La rete oggi corrisponde al paese reale, ci sono gli stessi comportamenti che ci sono fuori, ci sono i gruppi contro Balotelli intitolati “Non esistono negri italiani”. Quindi si sta in rete come si sta in Italia, punto. Si cerca di dare il meglio e trarre il meglio, in condizioni difficoltose. Non esistono tecnologie liberanti, come non sono mai esistite architetture liberanti. Ogni architetto che ha avuto un sogno utopico, legato a edifici che avessero certe caratteristiche, una volta che li ha costruiti ha capito che quelle caratteristiche erano rimaste sulla carta, perché il mondo reale è pieno di contraddizioni e lacerazioni e la gente che abita in quegli edifici ha una vita anche al di fuori di essi. Anche Internet è un’architettura, per quanto all’inizio ben poco programmata. Si sta programmando nel suo farsi, ma non è di per sé liberante. La libertà non si pianifica, la libertà è una pratica, una prassi giorno per giorno. Se in rete ci sono persone più libere di altre è perché praticano la libertà, non perché stanno in rete. Riguardo all’accelerazione, all’impetuoso arrembaggio del nuovo… noi non facciamo l’apologia di questa accelerazione. Non accettiamo tutto. Ad esempio, abbiamo valutato che Facebook è incompatibile con le nostre pratiche e le nostre pratiche sono incompatibili con Facebook. Quindi selezioniamo, decidiamo strategicamente i terreni su cui muoverci: non decidiamo di adottare una novità proprio per il suo essere novità, ma perché sentiamo di poterci fare qualcosa.
su Giap.
«Possiamo definirci maker, ma restiamo falegnami»
Anche mestieri come il barbiere o il ciclista sono diventati fighi, e fa ridere perché non lo sono mai stati, o comunque già solo dieci anni fa di certo non lo erano.
www.linkiesta.it/intervista-deboscio-lavoro-manuale-hipster-diy
